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Frasi scorrevoli

(Busseto, 10 ottobre 1813 – Milano, 27 gennaio 1901)

Alcune volte, nelle opere liriche, vengono trattati temi e drammi spirituali: il rapporto con Dio; la figura satanica; dubbi e negazioni di fede. Lo hanno fatto, per esempio, Gounod, Berlioz e Boito, con ottimi risultati, grazie anche ai loro librettisti. Non sempre, tuttavia, la loro musica si fondeva col testo. In Verdi, invece, questi aspetti filosofici e teologici si uniscono inscindibilmente con la musica. Non basterebbero 10 capitoli per analizzare questo aspetto nelle opere verdiane. Scelgo  alcune pagine significative tratte da tre sue opere: La Forza del Destino, Rigoletto, Otello.

La Forza del Destino
1. La vita è inferno ...
Sarà per le numerose maledizioni che tante volte appaiono nel libretto; sarà per la presenza di un personaggio laico che inneggia alla guerra, nominando invano il nome di Dio; ma questa opera è foriera (e lo è stata!) di disgrazie e incidenti, tanto da essere definita un'opera innominabile.

La "Forza", come familiarmente viene chiamata, è un'opera che dimostra il dubbio di Verdi circa l'esistenza divina e la Sua potenza. Il concetto del destino, come elemento superiore imprescindibile e non mutabile, è sicuramente basato su un dubbio di fede, tanto che nella romanza del tenore, dell'atto terzo, "O tu, che in seno agli angeli", il personaggio invoca la donna che lui crede già morta. Il ruolo di Alvaro rappresenta il distacco dalla fede e la convinzione che ci sia qualcosa più forte di Dio. Anzi, secondo Don Alvaro, esiste soltanto il destino. Egli parla di "mortal jattura"; dice di essere "in odio del destino". Tuttavia, questo personaggio dimostra di avere una sua idea del trascendentale (se pur al contrario): prega la sua amata e soprattutto ammette il concetto di Inferno.

"La vita è inferno all'infelice. Invano, morte desio". In fondo, questo personaggio è una sfida a questo Dio, che per lui neanche esiste. Il Verdi e il suo librettista, Francesco Maria Piave, sanno perfettamente che nella concezione cristiana, il suicidio è insulto a Dio. Eppure parole e musica insistono su questo desiderio. Don Alvaro è un "Capaneo" in piccolo. Certo! In piccolo, perché il personaggio verdiano non ha il coraggio di bestemmiare. E' un vile. Nella realizzazione musicale, Verdi descrive un Don Alvaro indeciso: i suoi pensieri escono a scatti. Inizia con 5 battute "a secco", cioè senza accompagnamento. Entra l'orchestra con tre battute: il tenore ha un ricordo piacevole ma ora è stemperato nel dolore: il pensiero musicale cessa ed egli esprime con tre note il suo ricordo: Siviglia. Le note che usa sono semplici, come l'inizio dell'alfabeto: DO-RE-DO. Nuovo pensiero dell'orchestra espresso in due battute: il cantante respira e nel silenzio degli archi nomina l'altro suo ricordo: Leonora. Di nuovo quelle tre note: DO-RE-DO. La scelta di Verdi non è casuale: quelle tre note vicine sono strazianti, rappresentano il dolore. Don Alvaro ha paura della sofferenza e le tira fuori con sforzo: anche in questo è vigliacco. Il destino è stato crudele con lui: lo ha reso assassino; lo ha costretto a separarsi dalla sua amata. Egli non si pone domande sul suo operato: colpevolizza il "fato", magari lo confonde con Dio. Egli non vuole cercare soluzioni per cambiare: dice soltanto "Sarò infelice eternamente ... è scritto". Il Maestro di Busseto asseconda questa frase perentoria; lo fa, appunto, con tre accordi accentati, lunghi, a significare, un concetto pesante e assoluto. Verdi qui mette in dubbio, anzi, contesta il libero arbitrio. Se Dio c'è, perché non mi aiuta? Dopo quella frase, il recitativo continua, ma questa volta l'orchestra lo accompagna. Don Alvaro parla della sua famiglia, delle sue origini. Anche questa volta dimostra di essere stato sfortunato: si piange addosso. Il recitativo accompagnato è ossessivamente basato su un accordo spezzato, in forma di arpeggio. Lo fa la mano sinistra, nella zona centro bassa della tastiera ed essa si muove poco. Quegli accordi spezzati danno a questo recitativo uno stato psicofisico di triste ubriachezza. Finalmente, sempre disperato, il personaggio chiede "... quando fine avran le mie sventure?". A questo punto inizia a pregare la sua Leonora e Verdi pone l'attenzione sul vero dolore e sul bisogno dell'uomo di avere un punto di riferimento sicuro.

"Oh, tu che in seno agli Angeli". Qui Don Alvaro supera la sua vigliaccheria e diventa un uomo che soffre; piange, e Verdi con tenerezza, descrive con accordi alternati brevi le lacrime che sgorgano. Il personaggio di nuovo ripete la frase "Oh, tu che in seno agli Angeli, salisti bella e pura" e l'orchestra fa scendere lacrime più velocemente come un pianto a dirotto. Una corona, cioè un segno che sospende la musica, lascia Don Alvaro a meditare sulla preghiera da esprimere; poi, Verdi accompagna la richiesta di aiuto del personaggio con un accompagnamento insolito: un falso arpeggiato con una nota di tramite tra la terza e la quarta nota e quest'ultima nota viene tenuta lunga. La sezione ritmica procede così per 7 battute, iniziando precisamente sulla frase "Non iscordar di me". Ho detto che quell'accompagnamento è strano, perché dubbio (o doppio) è il significato che Verdi vuol dare a questa parte musicale. E' una preghiera, quindi, musicalmente, va accompagnata da una serie di arpeggi, che ricordano la strumentazione dell'arpa e il suo uso nel sottolineare il carattere spirituale e l'elevarsi della preghiera al cielo. Tuttavia le parole di questa preghiera impongono a Verdi l'uso di un accompagnamento quasi profano, perché Don Alvaro "prega" sì Leonora, ma le chiede di morire. Ecco allora spiegato l'uso della nota intermedia tra le ultime due dell'arpeggio. Verdi odia il personaggio di Don Alvaro; non sopporta la sua vigliaccheria, la sua mancanza di autocritica; quindi in questa parte della romanza, lo fa strisciare come un verme.

"Leonora mia, soccorrimi" è l'ultima sezione della romanza e la musica mostra quanto amore Don Alvaro abbia per la sua donna amata. E' ancora così vivo e forte l'amore, che sembra materiale la presenza di lei. Anche Verdi si commuove e assolve la figura indegna di quest'uomo. Sul secondo "soccorrimi", sopra uno splendido arpeggiato degli archi, mette una frase che va verso il cielo: non è altissima, ma dimostra che in quel momento, il personaggio trova un momento di estasi. Poi, ulteriormente sale in acuto: piange, invoca ad alta voce l'aiuto di Leonora, ma questa volta lo fa con dignità. L'amore lo ha reso puro. Gli arpeggi continuano brevi ma continui fino alla fine del brano e sulla parola "Me" dell'ultima frase "Pietà di me", un tremolo orchestrale in crescendo sostiene con estasi luminosa il LA Bemolle tenuto del cantante, che per la prima volta scopre un mondo spirituale. L'ultima parola spetta all'orchestra che ha il grave compito di disilludere il pubblico: questa spiritualità è già finita; Don Alvaro è nel fango.

2. Dall'infernal malore ne salvi tua bontà  clicca


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