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e Pontefice
Eremita

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Frasi scorrevoli

Otello
2. "E’ vecchia fola il ciel !"

Su questo tessuto di grande dramma letterario e umano, Verdi pone la sua mano e descrive (le prime 7 battute) uno Jago serpeggiante. Archi, soprattutto violoncelli e contrabbassi, che affrontano terzine su note contigue, dipingono un essere strisciante, incapace però di essere realmente pericoloso, che all'ottava battuta, sulla frase "nel quale credo inesorato Iddio", sembra essere ingoiato da un terremoto (tremoli di tutti gli archi) di emozioni violente. Lì, la prima frase di vera debolezza: Jago urla "Iddio". Non ci crede, ma lo nomina violentemente, cercando con quella parola forte, di trovare un suo appiglio di presuntuoso vigore. L'orchestra striscia fortissimo su note vicine e salti incoerenti, fino ad un registro medio-basso sul quale inizia un lungo tremolo quasi stonato, sempre in fortissimo. E su questo sangue che ribolle rumoroso nel suo orecchio, Jago grida la prima bestemmia! La sua coscienza c'è, questo tremolo continuo ne è la prova. Egli sa di dire una cosa orribile e proibita e con la sua forza dinamica vocale vuole soffocarla. In parte ci riesce; infatti (battuta 19) un'improvvisa rapida scala ascendente porta lontano dalla mente il suo precedente tremolo tormentato. Ma ...
Le battute 19 e 20 sono assolutamente stupefacenti! La voce, sulla parola "nomo", da un si bemolle centrale sale di una quarta, fino a un Mi bemolle acuto. Al contrario, mentre la voce sale, l'orchestra che ha appena terminato una scala in cima, precipita in basso. E questo avviene simultaneamente: nota acuta del cantante, baratro accordale dell'orchestra. La sua coscienza esiste e lo tormenta: Jago ha finito la bestemmia ed è precipitato in un vuoto nero.
Due battute d'orchestra cercano sempre di più le profondità del male e Jago riprende la sua missione di ribaltamento dei concetti religiosi: "dalla viltà di un germe". Jago si ferma un attimo e riflette, mentre Verdi riprende le terzine iniziali striscianti, descrivendo così quel germe, elemento piccolo ma insinuante. "Vile son nato" prosegue e Verdi anticipa con un gruppo di terzine al basso e la reiterazione di 2 note con la prima accentata, per ben tre volte, un nuovo stato d'animo: la rabbia isterica che talvolta avviene nei bambini: questo uomo non accetta di essere nato "vile". La musica dice "No! No! No!". "Son scellerato, perchè son uomo" e Verdi sottolinea gli accenti tonici di "scellerato" e di "uomo" con tremoli che scuotono la coscienza, un'intensa nota lunga accentata viene ripetuta in quelle due battute. Strappate di orchestra in fortissimo, accompagnano la frase "e sento il fango originario in me". E sulla parola "originario", Verdi apporta un'enigmatica modifica: sposta l'accento sulla sillaba "rio", obbligando il cantante a tenere sempre su quella nota SOL, anche la parolina "in". L'effetto è descrittivo e al tempo stesso registico: chi ascolta capisce che Jago sta vomitando. In questo caso, infatti, il salto di quarta sulle sillabe "na-rio" mostrano il movimento sbilanciato in avanti di chi sta, appunto, dando di stomaco. Ed è descrittivo il passaggio  dalla parolina "In" al pronome "me": un salto di quinta che obbliga Jago a riprendersi il suo stesso vomito. A conferma di questo reflusso ingoiato, Verdi fa partire gli archi profondi con una scaletta di 5 suoni verso il basso. L'orchestra riprende quel tema strisciante su note vicine e salti incoerenti, che aveva preceduto la prima bestemmia e ora Jago dice "Si! Questa è la mia fè!". Jago sta ripensando certamente a quella prima bestemmia e questa frase è la sua logica conseguenza. 
La terzina su note vicine ascendenti-discendenti o viceversa è la caratteristica di tutto il Credo: questo microbo che si insinua distruggendo è Jago-il Male. La frase enigmatica "credo con fermo cuor, siccome crede la vedovella al tempio" è sottolineata da terzine di battiti regolari forti, indicanti le pulsazioni ferme di un cuore sicuro, seguite dalla frase del cantante (quella della vedovella) raddoppiata da un'orchestra in pianissimo estremamente strisciante, quasi nauseante per falsità. Ma tutta questo periodo musicale è falso e Jago sa di mentire dicendo che egli agisce nel male per adempiere ad un suo destino (o questa almeno è lo Jago che ci presenta Verdi: uno Jago con una coscienza!): e sono proprio quei "battiti" che lo contraddicono: sono battiti accelerati. E questo tema delle pulsazioni alterate è un altro punto fisso che Verdi adopera nel Credo per dimostrare che Jago combatte contro la sua coscienza. Le battute 21 e 22, ad esempio, fanno sentire, come in uno stetoscopio, un tuffo al cuore seguito da battiti affrettati e un'interruzione del battito, seguita da 6 pulsazioni irregolari. E già due battute prima del "Credo con fermo cuor", il battito del cuore diventa veloce. Alla fine della frase, il cuore torna a battere veloce e poi rallenta all'improvviso:
"Credo che il giusto è un istrion beffardo e nel viso e nel cuor, tutto in lui è bugiardo, lacrima bacio, sacrificio e onor". Qui di nuovo, il tremolo che tormenta e cresce con la dinamica del cantante e rallenta gradualmente, fin di nuovo a fermarsi alla parola "sacrificio e onor"; poi una battuta di battiti veloci e infine il tormento di una mente malata "E credo l'uom, gioco d'iniqua sorte" è cantata da Jago, ossessionato dall'eco delle sue stesse frasi, fatte dai bassi dell'orchestra, mentre il suo sangue continua a ribollire nella parte dei tremoli degli archi acuti (violini e viole). La frase arriva al culmine con la parola "Germe della culla", dove tutta l'orchestra esegue un tremolo fortissimo. Quale terrore vive Jago e il suo cuore riprende a battere furiosamente per due battute. Poi si calma, anzi sembra che le pulsazioni si siano fermate e su questa sospensione dice soffocato "Al verme dell'avel". Un tremolo di paura e mistero. Jago sta pensando; l'orchestra riprende il primo inserto tematico strisciante e saltellante. Si ferma e tiene un lungo accordo che sembra non finire mai: "Vien, dopo tanta irrision la Morte". Pensa ancora e di nuovo quel primo inciso "E poi?" e di nuovo l'inciso orchestrale, questa volta più basso e insinuante. "E poi?" L'orchestra cerca di finire quel pensiero musicale ancora più in basso, quasi ormai inudibile. "La Morte è il nulla!". Così dice soffocato Jago. Terrore! Non c'è niente! Si finisce distrutti! Meglio bestemmiare! "E' vecchia fola il ciel!". Questo, strozzato in gola, l’ultimo grido dell’uomo!


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